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AVELLINO - Pinacoteca provinciale “O tempora! O mores” di Achille Martelli #laculturanonsiferma


pinacoteca provinciale Avellino dipinto O tempora! O mores

 

Tra i dipinti più noti del Martelli dobbiamo annoverare O tempora! O mores, appartenente alla collezione della Provincia di Catanzaro. Il pittore nel 1878 ne realizzò una copia su ceramica, legata per testamento alla Provincia di Avellino e oggi in mostra nella pinacoteca cittadina. Il pittore, infatti, sperimentò dagli anni ’60 in poi, la decorazione su ceramica utilizzando dapprima la tecnica del disegno su piatti a fumo insieme al suo compagno di vita ed esperienza artistica Michele Lenzi. Negli anni, impadronitosi della tecnica del colore su ceramica, divenne tra i migliori artisti in questo genere, esordendo come ceramista, insieme al Lenzi, all’Esposizione nazionale di Napoli del 1877. L’anno dopo, il 1878, sempre a Napoli partecipò ad una esposizione allestita nel palazzo Siracusa presentando alcune maioliche tra le quali una copia del Salve Regina! di Domenico Morelli e la riproduzione del suo dipinto O tempora! O mores! su una placca delle stesse proporzioni dell’originale, realizzata nelle manifatture Giustiniani.

Il quadretto rappresenta una scuola di villaggio, tenuta a quanto pare, in casa del parroco dove i piccoli alunni nell’assenza del maestro si sono impadroniti del messale e di alcuni dei paramenti sacerdotali di lui, e fan le viste di cantare la messa, allorché tornò il prete e li sorprende. Fra gli allegri scolari, soltanto un ragazzo ed una fanciullina si sono accorti della presenza del maestro: onde il primo s’incurva pauroso sul suo libriccino e l’altra resta come smarrita Gazzetta di Avellino,12 gennaio 1884. L’autore indugia nella descrizione minuziosa dei personaggi, i bambini ed il prete, e dei particolari dell’arredamento, resi con l’uso sapiente dei colori vividi, della luce e delle sfumature che anche dopo la cottura in forno rimangono brillanti.

 Il dipinto, un quadretto di genere di gusto verista, ambientato all’interno di una canonica, viene reso ed interpretato dall’autore con una sorta di ironia non dissimulata, quasi che l’autore fosse partecipe e divertito dalla pantomima recitata dai fanciulli. Lo stesso titolo dato dall’autore, la celebre esclamazione di Cicerone sulla corruzione dei costumi, esagerata per l’ingenuo gioco di travestimento dei fanciulli, rimarca l’intento lievemente irriverente della rappresentazione.

Vi si può leggere anche una nota di critica e delusione politica da parte di un’artista che con entusiasmo giovanile aveva partecipato ai moti rivoluzionari del 15 maggio del 1848 a Napoli e nel 1860, insieme con Cefaly, Lenzi e con altri suoi compagni, aveva affiancato i garibaldini contro le truppe borboniche a Soveria Mannelli, a Napoli e a S. Maria Capua Vetere, e ad un decennio dall’unità d’Italia, vedeva non ancora realizzati obiettivi per i quali aveva combattuto come la pubblica istruzione garantita a tutti. La scuola tenuta dai preti spesso, sia in campagna che negli ambienti popolari della città, era ancora l’unica alfabetizzazione possibile per le classi meno abbienti.

Dopo l’unificazione d’Italia, uno dei problemi più gravi con il quale si dovette confrontare il nuovo Stato e l’intera società italiana, fu proprio l’analfabetismo visto che circa l’76 % della popolazione superiore ai sei anni non sapeva né leggere né scrivere.
Francesco De Sanctis nei suoi anni di carriera politica si adoperò attivamente in favore della scuola primaria e media e si preoccupò soprattutto di difendere la scuola laica, di combattere l’analfabetismo, di favorire il riordinamento degli studi secondari e di riformare l’esame di maturità, F. De Sanctis, I partiti e l’educazione della nuova Italia, Torino 1970.

In Irpinia l’istruzione elementare era la più diffusa, ma sino al 1860 nel capoluogo di provincia vi erano solo due scuole, una al centro e una nell’abitato di Picarelli; nell’anno 1864 vi erano sei scuole maschili e tre femminili pubbliche, oltre a quelle rette da ordini religiosi. La frequenza degli alunni, comunque, come emerge dallo scritto di R. Valagara, Relazione sull’agricoltura, la pastorizia e l’economia rurale, Avellino 1880, era quanto mai limitata, soprattutto negli ambienti rurali: Nella maggioranza del popolo, e più nelle classi rurali, il Governo è reputato come un nemico, di cui bisogna combattere ogni atto, bisogna sospettare ogni intenzione: quindi si veggono deserte le scuole elementari dai figli dei contadini; né a popolarle basta la legge sull’istruzione obbligatoria. Questa legge subì varie modifiche per cercare di adattarla ai nuovi bisogni della vita della nazione, ma rimase sempre inadeguata alle esigenze della vita rurale mancando di vincolo colla vita reale, poichè nessun pratico esercizio accompagna la scarsa coltura teorica; e questa, secondo il programma vigente, è data con metodo astratto, riducendosi l’insegnamento ad una ripetuta meccanica della mente.

Il Valagara, inoltre, ritiene che nessuna legge riuscirà mai a convincere una famiglia di contadini poveri a mandare a scuola i figli, poiché non solo non ne vede l’utilità pratica, ma anche perché il fanciullo quando ha intrapreso il corso elementare di studi disdegna  il mestiere del padre, non vuole più sapere di lavorare la terra, non vuole più adattarsi alle povere condizione dell’abituro, della mensa, delle pratiche campestri.

Paola Apuzza



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