Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Salerno e Avellino
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L’INTERVISTA AL SOPRINTENDENTE DI SALERNO «Così la crisi devasta i nostri beni culturali». Miccio: «Sempre meno personale, si va verso la paralisi». Pubblicato su LA CITTA' del 18 maggio 2014 a cura di M. Giustina Laurenzi

20 maggio 2014

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L’estate scorsa ho conosciuto

il soprintendente Gennaro Miccio alla manifestazione "Grand Gourmet" dell'Ente del Turismo di Salerno che diede vita a quattro giornate gastronomiche in alcuni dei nostri  siti artistici di eccellenza. E mi colpì subito perchè quando  mi dissero "E' arrivato il soprintendente!"  mi girai e vidi un signore che, prima ancora di salutare i convenuti, sgaiattolò via a controllare se le luci funzionavano, se tutto era a posto, e, devo dire,questa sua attenzione,questa  passione che rivelava, mi  piacque molto. E così fui io ad avvicinarlo e a chiedergli se potevo fare un giro della villa romana di Minori con lui e sua moglie. Ci fece da guida spiegandoci, passo, passo, cos'erano gli    ambienti, cosa era stato fatto  per scoprirli, restaurarli e io  quella "visita guidata" ancora me la ricordo tanto fu interessante. Così, dopo le tante brutte notizie sulle sorti di Caserta e Pompei, etc, etc, mi sono detta Che solo Miccio poteva chiarirci,  illustrarci, problemi e competenze  di questo nostro mondo di storia e di arte che ci sta crollando addosso. E lui,come sempre, è stato subito disponibile.

 Assistiamo quotidianamente Al deterioramento, al decadimento dei nostri beni culturali ed artistici. Com'è potuto succedere tutto questo?

 L’altro giorno ho avuto modo  di parlare con il titolare di una  vecchia impresa artigiana che circa venticinque anni fa ha partecipato  al recupero della Certosa  di San Lorenzo in Padula realizzando tutti gli infissi della Passeggiata Coperta che sovrasta il  Chiostro Grande. Mi chiedeva se da allora fossero stati eseguiti interventi di manutenzione e, con un pizzico di orgoglio e soddisfazione, abbiamo osservato che nessuno più ha messo mano a dei pezzi d’opera che, nonostante  le dimensioni enormi, ancora funzionano anche se cominciano a mostrare i segni della lunga assenza di ogni tipo di cura. Io pensavo all’impegno economico che comporterà questa operazione che andrebbe eseguita con una periodicità sicuramente più ravvicinata e, quindi, prima o poi si renderà necessaria o urgente: ogni infisso equivale all’intera superficie di un nostro appartamento e solo nel Chiostro Grande ce ne sono ottantaquattro. Il mio interlocutore osservò che se quegli infossi non fossero stati eseguiti così bene probabilmente qualcuno di essi sarebbe caduto e si sarebbero determinate quelle situazioni di urgenza, oggi così ricorrenti, che sotto la spinta dei media avrebbe imposto l’erogazione di somme, anche ingenti, per intervenire a porre rimedio a situazioni facilmente evitabili con una accorta gestione delle risorse. Credo che avesse torto, perché queste spinte emotive si concentrano sui casi più clamorosi, a volte anche determinate  da fattori che nulla hanno a che vedere con la consapevolezza di tutelare il nostro patrimonio storico ed artistico, sollecitazioni alimentate soprattutto dal nome del   sito il cui significato evocativo maggiormente attira l’attenzione dell’opinione pubblica e dei poteri decisionali. Quando e se accadrà in un luogo come Padula, sono abbastanza Certo che l’evento rimarrà circoscritto  all’ambito territoriale e  nulla si muoverà in soccorso di un complesso monumento come la Certosa che oramai, decorsi dieci anni dal suo completo recupero, ancora non trova una forma di gestione, anche parziale, con l’interessamento di un imprenditore privato. Molte risorse,anche con l’apporto di privati, sono subito disponibili per i complessi famosi (il Colosseo, Pompei, gli Uffizi, Brera, Venezia, tanto per citare i Nomi che più di frequente si sentono dai soliti mezzi di informazione (siamo sicuri che sono veramente di informazione?), ma non sentiremo mai parlare delle migliaia di siti monumentali, delle emergenze archeologiche, dei musei diffusi, delle importantissime collezioni “minori”, per non parlare degli archivi e delle biblioteche (che sono ad un passo dalla chiusura): tutti facenti parte di quel famoso settanta per cento d patrimonio artistico mondiale che l’Italia di oggi, senza alcun merito, si trova a possedere. Si parla tanto di Pompei e del Fatto che non si riesce a usare un finanziamento europeo di oltre cento milioni di euro da spendere in un anno: tale eventualità è abbastanza difficile (se non impossibile) da attuare in un’area archeologica aperta al pubblico attuando i metodi che l’archeologia impone. Sarebbe bastato assicurare un finanziamento fisso e costante di quattro o cinque milioni l’anno per eseguire la ordinaria manutenzione annuale (diserbo, piccoli e mirati interventi di salvaguardia delle mura, opere di protezione degli intonaci, ecc.) per assicurare la buona tenuta del sito per venti e più anni con le stesse risorse. E’ quello che si lamenta nei nostri siti archeologici di Paestum e Velia: assenza di risorse per la manutenzione periodica che dura oramai da più anni fino a quando non accadrà qualche evento drammatico per accendere i riflettori e far lavorare così anche un po’ la stampa.

 Com' è ancora possibile, se è  possibile, conservare e valorizzare questo nostro patrimonio?

 La Carta Internazionale del  Restauro di Venezia del 1964 (giusto cinquanta anni fa) recitava, all’articolo 4,che “La conservazione  dei monumenti impone innanzitutto una manutenzione sistematica “ e addirittura  riservava all’intervento di restauro un carattere di eccezionalità. Sono concetti validi e sacrosanti: ciò che garantisce la conservazione di un’opera è la cura e la manutenzione costante e sistematica, non il restauro che è un’operazione a seguito della quale qualcosa dell’originale va comunque perduto. Fino ad ora tale dedizione e cura costante è stata esercitata dallo Stato che, forse non sempre al meglio, ma anche con le scarse risorse disponibili ha provveduto per oltre un secolo a mantenere in forme  a volte anche accettabili il patrimonio culturale ad esso affidato. Oggi, per il costante e progressivo taglio delle risorse -che già prima non ci ponevano ai primi posti europei,ma adesso siamo finiti in fondo alla classifica insieme alla Grecia, da più parti si invoca l’intervento dei privati nella gestione del nostro patrimonio culturale. La cosa potrebbe anche essere condivisa, ma a patto che questi soggetti privati siano disponibili anche a provvedere alle opere di manutenzione e di corretta tenuta dei beni. Fino ad ora ho assistito solamente alla corsa per assicurarsi la gestione delle parti attive dei nostri siti museali, lasciando sempre allo Stato la parte onerosa: il personale di custodia, le opere di manutenzione, gli interventi di adeguamento, i consumi energetici. E’ pur vero che da questo punto di vista anche la normativa deve essere notevolmente adeguata: per esempio, sono inimmaginabili le difficoltà che l’attuale coacervo di leggi enorme riserva ad un qualunque sponsor che volesse elargire una erogazione spontanea per il recupero di un’opera d’arte o di un monumento oppure per finanziare una qualunque iniziativa.

 Lei è stato il "salvatore" di molti monumenti, dalla Certosa di Padula a tanti altri in tutta Italia. Quali sono stati i lavori per i quali ha avuto le maggiori soddisfazioni?

 In tutti questi anni di attività credo di aver partecipato ad una discreta quantità di interventi per svariati complessi monumentali, non solamente delle nostre zone. Da ognuno di essi ho tratto qualche insegnamento. Parlo di insegnamenti e non di soddisfazioni, perché è stata solamente questa la molla che ad un certo punto della mia vita Mi ha fatto abbandonare l’attività classica dell’ingegnere dedito alle sole strutture in cemento armato per appassionarmi verso un settore dell’ingegneria che allora poco si praticava, quello delle strutture murarie e, per giunta, del tutto particolari come possono essere le strutture che sottendono un edificio monumentale. Fortunatamente il mio bagaglio di conoscenze scientifiche,che allora era essenzialmente basato su una forma Di insegnamento esclusivamente teorico,mi ha consentito di affrontare problematiche non tipizzate né associabili a casistiche preconfezionate: ogni volta bisognava capire ed interpretare Il modello statico che consentisse di interpretare una determinata struttura. Se poi ci s vuole riferire a qualche soddisfazione o gratificazione che mi è derivata dal lavoro svolto nel settore del recupero dei monumenti, al riguardo devo francamente rilevare che quasi nulla ho raccolto da tali attività: nella sola Salerno  ho provveduto al recupero di numerosi edifici monumentali, ma quasi nessuno più se lo ricorda e tra poco lo dimenticherò anch’io, perché ciò che mi ha spinto, lo ripeto, è stata sempre la curiosità e non la voglia di raccogliere soddisfazioni o desideri di carriere:per raggiungere questi obiettivi in questo paese bisogna stare attenti innanzitutto a non fare niente.

 Ci vuole raccontare, ad esempio, in che stato ha trovato la Certosa di Padula e come ha proceduto nel restauro? E cos'è che la preoccupa di più quando procede in un restauro?

Ricordo perfettamente quando il Soprintendente dell’epoca, l’arch. De Cunzo, durante una visita alla Certosa prima affidò alle mie cure quel monumento e poi mi pose l’obiettivo del suo completo recupero: era dopo aver pranzato e, anche se in forma molto rapida e frugale, pensai che qualcosa potesse avergli causato dei problemi di lucidità. Era il 1983 e la Certosa era in uno stato di completo abbandono. Non solo, ma il nostro ufficio in quel momento si stava  battendo contro l’amministrazione comunale che aveva redatto un piano regolatore che prevedeva zone di espansione intorno al monumento e qualcuno riteneva anche giusto demolire il muro di cinta ed occupare con altri fabbricati le aree del parco. Era un periodo durante il quale il dibattito culturalmente più elevato che si poteva sentire sulle sorti della Certosa si incentrava essenzialmente su cosa si poteva demolire e quanto valeva la pena tenere in piedi. Durante uno dei miei primi sopralluoghi operativi nel monumento, nell’immettermi all’interno della Biblioteca dove tutto era crollato e si camminava sulla tela del soffitto che giaceva sotto uno strato di macerie, fui assalito da una nuvola di pipistrelli che evidentemente erano stati disturbati da questi insoliti visitatori. In buona parte degli appartamenti dei Padri che sono intorno al Chiostro Grande sono riuscito a penetrare solo dopo alcuni anni di mia permanenza in Certosa, tanto erano invase Dalla melma e dalla vegetazione. Il restauro e recupero dell’intero complesso monumentale fu preceduto da un programma molto specifico impostato per zone e per priorità. Dovrei ancora conservare una planimetria utilizzata per assegnare ad ogni zona delle funzioni, perché non potevo disgiungere il recupero di parti del monumento senza pensare alle funzioni ed alle attività che esse avrebbero dovuto assicurare. A distanza di vari decenni posso assicurare che quel programma stilato in mezzo alle macerie è stato rispettato. Ovviamente il recupero è avvenuto grazie all’impegno economico che, come entità, devo dire che ha comportato cifre di gran lunga inferiori agli stanziamenti che in quegli stessi anni si erogavano,per esempio,per i musei napoletani, nonostante le condizioni di questi ultimi fossero di gran lunga migliori della Certosa e che la grandezza degli spazi fosse notevolmente inferiore. Si è potuto raggiungere il risultato del recupero totale della Certosa solo grazie all’utilizzo delle risorse europee che in quegli anni abbiamo avuto la capacità di far dirottare dalle grandi strutture napoletane in questa periferia sconosciuta ai più. Il taglio dei finanziamenti era quello giusto ed i tempi concessi per attuare i lavori erano adeguati: abbiamo sempre rispettato i programmi e solo così abbiamo avuto modo di accedere ai successivi programmi di finanziamento. Devo segnalare che in questo caso lo Stato italiano ed il ministero in particolare non ha investito che poche risorse utilizzate quasi esclusivamente per le manutenzioni di quanto si andava via via recuperando e contemporaneamente veniva messo a disposizione del pubblico. Oggi, vista la situazione dell’attuale scarsa attenzione che viene riservata al patrimonio culturale italiano, quello che maggiormente mi preoccupa allorquando si dà l’avvio ad un intervento di restauro è proprio cosa avverrà alla sua conclusione. Io mi sforzo sempre di imporre ai molti amministratori locali che intendono utilizzare risorse disponibili, finalizzate al recupero di complessi monumentali, di inserire nel loro programma di intervento obbligatoriamente la destinazione finale, accompagnata da una forma di convenzione o di accordo con qualche soggetto che si impegna già in quella fase propedeutica a garantirne l’utilizzo. Purtroppo i nostri centri della provincia sono pieni di castelli, conventi, palazzi baronali, ed altro ancora completamente restaurati e recuperati ma chiusi e non utilizzati. Come pure si vedono purtroppo molti “musei della civiltà contadina” allestiti e visitati solo durante la festa del santo patrono. Sono stati i risultati di valutazioni dettate spesso unicamente dall’errato convincimento di utilizzare comunque fondi che altrimenti sarebbero andati ad altre finalità.

 Siamo in periodo di crisi e troppo spesso, anche per la mancata manutenzione dei nostri beni artistici, monumentali, si cercano le giustificazioni più svariate. Lei cosa ne pensa?

 Come ho già avuto modo di riferire prima, alla manutenzione periodica e sistematica non si può rinunciare. Se l’attuale periodo di crisi obbliga a certe riduzioni, sarebbe meglio rinunciare a certi interventi di valorizzazione a favore dei soliti monumenti piuttosto che togliere le risorse minime per le opere di manutenzione ordinaria dei siti sparsi sul territorio. Sarebbe, forse, più corretto ed efficace, laddove non  si potesse più manutenere determinati siti, pensare al loro rinterro. D’altronde, lo asseriva Cesare Brandi che la distruzione di un monumento comincia  nel momento in cui lo si scopre e lo si espone al pubblico. Se non fosse più possibile nemmeno provvedere alla esecuzione di quel minimo di interventi necessari a garantirne la conservazione allora bisognerebbe pensare a riportarli alla migliore forma di conservazione finora sperimentata: l’interrimento.

 Forse non tutti lo sanno e allora le chiedo, quali sono,  nel suo ruolo, le sue specificità, i suoi ambiti di intervento?

 Io dirigo una Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici che estende le sue competenze alle province di Salerno e di Avellino. Le nostre competenze sono regolate quasi esclusivamente dal decreto legislativo n. 42 del 2004 e gli ambiti di intervento sono stati specificati dal decreto del Presidente della Repubblica n . 233 del 2007 recante il regolamento per l’organizzazione del ministero che è variamente articolato in uffici centrali e periferici e, tra questi ultimi, le attività sono regolate tra le direzioni regionali e le soprintendenze provinciali. Specificato questo, il regolamento affida alle Soprintendenze come quelle da me diretta varie e diverse funzioni che possono essere così riassunte: di tutela nell’ambito del territorio di competenza; di autorizzazione per l’esecuzione di opere di qualunque genere sui beni culturali; l’esecuzione diretta di interventi su beni culturali; espressione di pareri per interventi eseguiti da altri su immobili; vengono amministrati, controllati e mantenuti immobili affidati in consegna; vengono istruite e proposte azioni di tutela o di dichiarazione di interesse culturale; vengono svolte istruttorie in merito alle proposte di acquisizione o richieste di contributo; vengono espressi pareri in merito a richieste di alienazioni per beni di interesse culturale; si istruiscono procedimenti sanzionatori o di prelazione. In ultimo si esercita ogni compito in materia di tutela del paesaggio, attività questa che assorbe la maggior parte del tempo e delle risorse disponibili nel nostro ufficio.

 Quali sono le sue preoccupazioni per il ruolo che riveste?

 Le maggiori preoccupazioni sono rivolte proprio alla gran mole di lavoro che l’involuzione dell’attuale normativa ha riversato sui nostri uffici con responsabilità e compiti che si rivelano sempre meno sopportabili. Il tutto avviene in un contesto lavorativo man mano privato di mezzi e di dotazioni necessarie per fronteggiare quanto viene richiesto, con una condizione organizzativa non adeguata a quanto viene richiesto ad una pubblica amministrazione in termini di efficienza.

 Il futuro?

 Il mio futuro nella pubblica amministrazione non mi consente di fare previsioni. Certo che l’attuale situazione non è foriera di buone previsioni future. I nostri uffici stanno subendo una progressiva riduzionedi personale non sostituito per effetto dei pensionamenti che negli ultimi tre anni ha già raggiunto una riduzione di quasi il venti per cento ed una recente proiezione effettuata per il 2016 dovrebbe portare tale riduzione a circa il sessanta per cento: come dire che i pochi che rimarranno non saranno in condizioni di operare.

 Pubblicato su  LA CITTA' del 18 maggio 2014 a cura di M. Giustina Laurenzi

 







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